Quel che si dice…

Se riflettiamo un attimo, cos’è la democrazia? Certamente è il governo di tutto un popolo, inteso come unico soggetto (anche se composto da un numero più o meno rilevante di individui), i cui componenti godono pari dignità e eguali diritti e doveri. Nell’antichità, la libertà di parola e l’interscambio di idee e proposte avveniva in luoghi appositamente scelti (le antiche agorà) dove venivano esternate e decise le azioni e il futuro della collettività. Agli albori di tal nobile tentativo (se vogliamo un vero e proprio salto di qualità rispetto alle precedenti civiltà, verosimilmente più arcaiche), il singolo individuo diveniva, a pieno titolo, corresponsabile del destino collettivo ed esercitava un ruolo attivo nel contesto della comunità di appartenenza. Così era e così si andava profilando agli albori di una delle tante civiltà che, a macchia di leopardo, si insediavano nei diversi territori abitabili di questo pianeta: tutto in continua evoluzione e trasformazione. Anche i primi rappresentanti della razza umana percepirono d’istinto il bisogno di operare in gruppo (anziché da soli) riconoscendone il vantaggio: migliorava la convivenza e non si incorreva certamente nella brutalità dei rapporti di forza, il che rendeva tutto assai più positivo, meno rischioso e più fruttuoso.

Quando, però, il numero dei componenti di un qualsiasi gruppo divenne sempre più numeroso, non fu più possibile prendere decisioni comuni in tempi e luoghi definiti e si profilò, quindi, l’esigenza di nominare dei rappresentanti (o delegati) che, in numero esiguo, fossero in grado di portare avanti le esigenze di tutti, pur rimanendo essi stessi uguali a chi li aveva delegati e con i medesimi interessi in comune. Questo è quanto risulta da una semplice analisi sull’antropizzazione ed evoluzione dei gruppi sociali e, verosimilmente, è ciò che si è andato delineando dall’antichità sino ai nostri giorni, ma le dinamiche dei rapporti interpersonali tra i vari gruppi costituitisi nel tempo hanno, purtroppo, modificato profondamente le valenze delle responsabilità e delle competenze, dei diritti e dei doveri dei singoli e hanno diversificato, piuttosto marcatamente, il rapporto paritario che esisteva, esiste (e dovrebbe sempre esistere) tra il delegato alla gestione del bene comune e chi, invece, sceglie di delegare, affinché il vantaggio di tutti venga perseguito nel miglior modo possibile.

Con lo scorrere del tempo e delle epoche storiche, quindi, si è come verificata una scollatura, un divario sempre più marcato tra le istanze, le esigenze e le priorità di chi delega e la figura del delegato, che, proiettato al di là della virtuale staccionata (che funge da isolante) alla realtà di tutti i giorni e non più coinvolto, in prima persona, nelle dinamiche (talvolta serie e gravi) che agitano il vivere quotidiano, vien quasi a trovarsi, suo malgrado, a osservare e fronteggiare i problemi in forma più distaccata, più soft (per citare un neologismo) e a percepire, sicuramente con ridotta intensità, l’urgenza di un contrasto rapido ad una qualsiasi congiuntura emergente. Quanto detto va anche ascritto al ruolo loro assegnato, che li colloca ad un livello meno diretto dalle problematiche (prevalentemente, di natura economica oltre che politica) che insorgono nell’avvicendarsi di un qualsiasi contesto storico; un’ulteriore concausa potrebbe anche essere dovuta al fatto che essi sono sempre (sia nei periodi favorevoli come in quelli avversi) destinatari di una indennizzo (meritato, senz’altro!), ma che nei fatti agisce da schermo alle turbolenze delle vita reale, una concreta dicotomia nei confronti di chi si trova fuori da una logica paritaria di legittime tutele (tralasciando volutamente il tema delle specifiche remunerazioni per il servizio reso!).

Quanto esposto fornisce una possibile chiave di lettura al quadro storico che si è andato sviluppando sino ai nostri giorni e vede, quindi, in maniera sempre più netta, il delinearsi di una separazione tra gruppi costituitisi: delegati e gente comune, dirigenti e sottoposti, intellettuali e non, ‘potere’ e popolo, diversità di pensiero ideologico o religioso e una conseguente messa in atto di autotutele, e norme a vantaggio del o dei gruppi formatisi. Si badi bene che non vi è acredine o eccesso di critica nell’analisi di quanto esposto, ma l’intendimento è quello di una disamina che vuol essere quanto più obbiettiva di ciò che quasi sempre si è verificato e si verifica quando vengono posti sotto osservazione i comportamenti di svariati gruppi umani nelle diverse epoche storiche. Quel che salta all’occhio di un osservatore è che le diversità di fondo possono essere ascritte, in buona parte, alle divergenti modalità di progettazione e realizzazione di visioni economiche e culturali diverse, adottate come valide e considerate le uniche possibili dai vari gruppi presi in esame; queste, poste in atto per soddisfare esigenze specifiche, manifestano diversità metodologiche (anche se non sostanziali) nella loro attuazione ma, in divenire, il potenziale di disomogeneità può essere in grado di innescare frizioni, incomprensioni o addirittura ostilità (più o meno palesi) che si frappongono ad una reale reciproca convivenza.

Quanto detto è facilmente riscontrabile anche nella nostra quotidianità per cui è valida l’affermazione che c’è poco di nuovo sotto il sole e che in fondo poco è cambiato da quando l’uomo, animale sociale, ha imparato a tramandare le sue esperienze con l’invenzione della scrittura: i rapporti di forza e le indubbie diversità emergenti manifestavano e manifestano sempre specifiche spigolosità e le conseguenti frizioni sfociano spesso in azioni e comportamenti ai margini della nostra primigenia umanità. Nel nostro vivere quotidiano, assistiamo a un ulteriore evento: grazie ai social (aspetto inconfutabilmente positivo poiché conquista tecnologica oltre reale espansione delle relazioni interpersonali) diventiamo sempre più massivamente classificati, incasellati, targhettizzati (perdonatemi la coniazione del termine, dall’ inglese ‘target’), vale a dire identificati e inquadrati in soggetti che manifestano (in modo omogeneo) gusti, preferenze, stili di vita, adeguato portafoglio e, di conseguenza, maggiore o minore propensione agli acquisti e agli investimenti.

In pratica, si ha la reale possibilità di intercettare nuovi settori e nuove opportunità emergenti, nuove categorie umane da monitorare in modo più o meno dettagliato con indubbia creazione di svariate tipologie di soggetti e classi sociali di riferimento: incasellamenti e separazioni che si interpongono (virtuali o reali, fate voi) tra individui o, meglio, tra cittadini, nuovi divari comportamentali (oltre che psicologici) che inducono a diversità vere tra gruppi umani. Per non incorrere in un inevitabile pessimismo di fondo, ma attribuendo una giusta valenza alle cose, possiamo affermare che molto di quanto detto, in apparenza, si frappone tra noi individui: il suo superamento credo debba, però, ricercarsi nella semplice riscoperta della nostra paritaria umanità di base; abbiamo il dovere di tentare di riappropriarci del nostro primogenito istinto collettivo, di riscoprire l’uomo sociale che alberga geneticamente in noi e mettere in atto conseguenti forme relazionali.

Questo monito va rivolto in particolare a coloro che, per condizione di vita (e senza alcun rimprovero) si collocano a un livello di oggettivo vantaggio rispetto al proprio simile (vuoi per condizione patrimoniale, culturale, politica, ideologica o quant’altro), vantaggio che possibilmente deve declinarsi in disponibilità ed impegno per una concreta (oltre che paritaria) condotta relazionale: parlare un po’ meno di io e un po’ più di noi (citando una recente affermazione di don Mazzi) appare logicamente un ottimo, condivisibile auspicio.

di Giovanni da Messina

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