‘Il piccolo giudice’, profilo di Rosario Livatino

È questo un libro che, al dire dell’autrice Ida Abate, la compianta professoressa del ‘Piccolo Giudice’, nell’attuale sovvertimento di valori e nel generale disorientamento delle coscienze, lancia un messaggio che può aiutare a rimontare e a risalire la china. È un libro testimonianza su un martire della Giustizia, Rosario Livatino, di cui la Chiesa ha aperto la causa di Canonizzazione. Ci si chiede perché l’autrice abbia scelto il suddetto titolo per il libro scritto sul suo alunno? Perché piccolo quel giudice la cui figura è destinata a stagliarsi in dimensione ciclopica nell’universo costituito dalla classe della Magistratura? La risposta all’interrogativo è ovvia, perché attraverso quell’aggettivo, l’autrice, che è stata la sua insegnante e lo ha seguito, amorevolmente, nel suo maturarsi sui banchi di scuola, ha conosciuto la grandezza dell’uomo che consiste nella sua origine che deriva, etimologicamente, da humus che è la terra da cui, quindi, derivano uomo, umano, umile, umiltà. Egli – scrisse la professoressa – imparò assai presto quale sia la vera grandezza dell’uomo e a questa concezione ispirò l’intera sua esistenza di uomo e di magistrato. È stato, quindi, un giudice nell’accezione più genuina del termine; un giudice che aveva capito, correttamente, cosa significa fare davvero il giudice, per cui lui, di fronte alla grandezza di questa professione, si considerava ‘piccolo’; si sentiva piccolo di fronte all’immane compito del giudicare. Già, duemila anni orsono, Gesù – affermava il principe dei penalisti, Francesco Carnelutti – aveva ammonito: ‘Nolite judicare!’, per significare che fare il giudice è superiore alle forze dell’uomo, per cui la sola via è quella di sentire la sua miseria e sentirsi piccoli. Per essere grandi, dunque, bisogna sentirsi piccoli, per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta e bisogna, perciò, cercarla in Dio, il giudice supremo.

di Alfonso Saya