Femminicidio

Questo neologismo è stato coniato, da pochi anni, per designare la violenza consumata contro le donne che, per un atavico convincimento, vengono considerate, da alcuni soggetti, come subordinate nella società e in famiglia all’uomo: compagne, fidanzate o, semplicemente, donne che non hanno accettato il predominio del maschio, non hanno accettato di sottostare a chi si è posto, forse, come padrone della loro vita. Si sono ribellate e, per questo, sono state punite, severamente, anche nel modo più terribile. Riesce difficile capire perché tanta recrudescenza della violenza, perché contro le donne, perché un fatto così aberrante sia diventato ‘normale’, perché accade con una cadenza così ravvicinata. Nonostante se ne parli e si palesi lo sdegno comune, i femminicidi aumentano. Qualcuno dovrebbe pure trovare un modo per impedirli, per aiutare le coppie in crisi, comprendere quante e quali ‘colpe’ stanno alla base del dissidio. Qualcuno dovrebbe, forse, fare uno studio della psiche di questi soggetti per capire da quale raptus siano stati colti, quale la causa scatenante o quale malessere ha trovato luogo nella loro mente. È difficile accettare che un’incompatibilità di carattere o la volontà di prendere strade diverse possano provocare tragedie di tali proporzioni che gettano nella disperazione non solo le famiglie, ma l’intera società che allibita non sa dare una spiegazione a questo male di vivere.

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