La grande eredità di San Paolo VI

Il venerdì 29 maggio si è celebrata la festa di Papa San Paolo VI. Giovanni Battista Montini fu uno dei più grandi pontefici che la Chiesa abbia mai avuto. Al di là del dibatto e dalle polemiche sulla famosa enciclica Humanae vitae – che pubblicò nel 1968 – la grande eredità di Papa Montini è sentita in quattro campi. Il primo – Papa Paolo VI fu il Papa riformatore. Nei suoi insegnamenti e attitudini, Papa Montini voleva una chiesa più missionaria, aperta al mondo e al dialogo con gli altri cristiani e credenti. Estese il dialogo, persino, ai non credenti. Papa Paolo era un campione vocale degli insegnamenti sulla giustizia sociale della chiesa e cercò di incorporare quei concetti come pietre di base nella dottrina cattolica. Montini ha anche implementato un sistema di incontri regolari coi vescovi – chiamati sinodi – per promuovere una chiesa orizzontale e più collaborativa. È un’eredità che Francesco ha costruito nel mese di ottobre 2014, quando ha convocato un sinodo di vescovi a ruota libera deliberatamente modellato sulla visione di Paolo. “Questo sinodo, come si sta svolgendo, è ciò che Paolo VI aveva in mente: un vero dibattito tra i vescovi”, è quanto riferisce Massimo Faggioli, teologo italiano e storico della chiesa all’Università di San Tommaso a St. Paul, Minnesota, Stati Uniti.

Il secondo – Papa Paolo VI fu un Papa evangelico. Proprio in questi giorni, nell’Udienza generale del 27 maggio 2020, Papa Francesco si è espresso così su Papa Montini: “L’esempio di questo Vescovo di Roma, che ha raggiunto le vette della santità, incoraggi ciascuno di noi ad abbracciare generosamente gli ideali evangelici. Per Francesco, la chiave interpretativa del pontificato di Paolo VI fu la sua esortazione apostolica sull’evangelizzazione del 1975, Evangelii Nuntiandi, che Francesco l’ha definita come il più grande documento pastorale scritto finora. In quel documento di riferimento – ampiamente oscurato dall’enciclica sulla contraccezione, Humanae Vitae – Paolo VI disse che la chiesa stessa ha sempre bisogno d’essere evangelizzata, se vuol conservare freschezza, slancio e forza per annunziare il Vangelo (n° 15)”. “Oggi – come ben elencò Paolo VI –, le persone ascoltano più volentieri i testimoni che i maestri – dicevamo lo scorso anno a un gruppo di laici – o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (n° 41). In altre parole, i pastori devono mettere in pratica ciò che predicano. Poi aggiunse: “Il mondo esige e si aspetta da noi semplicità di vita, spirito di preghiera, carità verso tutti e, specialmente, verso i piccoli e i poveri, ubbidienza e umiltà, distacco da noi stessi e rinuncia. Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo, ma rischia di essere vana e infeconda (n° 76)”.

Il terzo – Papa Montini fu il Papa pellegrino. Eletto nel 1963 alla morte di San Giovanni XXIII, in mezzo a intensi dibattiti tra i vescovi durante il Concilio Vaticano II, l’ex cardinale Giovanni Montini ereditò il difficile compito di guidare il Concilio fino alla sua conclusione nel 1965. Negli anni seguenti, spinse attraverso le modifiche del concilio, compreso l’aggiornamento della liturgia dal latino alla lingua vernacolare e il completamento di una grande riorganizzazione della Curia romana. Scartò anche la tripla tiara papale e altri simboli del papato monarchico, inviando un messaggio che il Papa non era un re, ma un vescovo, un pastore, un servitore, come diceva il sito web della Conferenza episcopale degli Stati Uniti in uno dei suoi omaggi. E Paolo fu l’originale Papa pellegrino, il primo pontefice a viaggiare fuori dall’Italia nell’era moderna. Nel suo primo viaggio, incontrò il patriarca ortodosso orientale a Gerusalemme, nel 1964, e durante gli altri otto viaggi all’Estero questo grande pontefice visitò l’Asia (dove un artista che brandiva un coltello nelle Filippine cercò di pugnalarlo), Africa e America Latina. Nel 1965, Paolo VI divenne il primo Papa a visitare gli Stati Uniti, dove celebrò la messa allo Yankee Stadium e pronunciò una risonante denuncia di guerra all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Le sue richieste di giustizia economica erano controverse, ma altrettanto potenti. A causa di quella storia, Paolo fu un eroe non solo per Francesco, ma per molti altri sacerdoti dell’epoca che diventarono pastori della chiesa. Papa Paolo mi ha aiutato a capire che non è necessario essere un brillante teologo, un oratore carismatico o avere il coraggio di un martire per evangelizzare, ha dichiarato il vescovo Howard Hubbard di Albany, New York, che fino al suo pensionamento è stato l’ultimo vescovo a capo di una diocesi americana designato dal Papa Paolo.

Il quarto – San Paolo VI fu un costruttore di ponti. Infatti, questo Papa sta anche tornando come un eroe per molti nella nuova generazione. Il cardinale Luis Antonio Tagle delle Filippine, stella nascente nella chiesa globale, ha elogiato Paolo VI per i suoi sforzi per unificare la chiesa, citando il suo motto: “Nessuno sconfitto; tutti convinti”. Tuttavia – come ha detto Tagle – a causa di tale approccio riconciliatorio, Paolo sarebbe stato attaccato da tutte le parti e non sarebbe mai diventato una stella come lo erano gli altri Papi. In effetti, criticato dalla sinistra sul controllo delle nascite e dalla destra per le riforme alla liturgia, nei suoi ultimi anni fu rappresentato come una figura enigmatica simile ad Amleto. La sua fine sembrò tragica, mentre invecchiava rapidamente sotto il peso dell’ufficio, governando la chiesa in un momento di massicci sconvolgimenti sociali all’Estero e vicino casa. Nella primavera del 1978, un amico di lunga data e un importante leader politico italiano, Aldo Moro, fu rapito e giustiziato dai terroristi della sinistra in Italia nonostante l’emozionato appello del Papa angosciato. Paulo VI morì tre mesi dopo. Gli editori della rivista cattolica Commonwealth hanno scritto uno dei più santi e più affettuosi dei Papi, ma anche uno dei più tristi.

Papa Francesco riuscirà a raggiungere ciò che Papa Paolo non ha potuto fare, cioè curare le divisioni e far avanzare la chiesa? O subirà un destino simile? Nonostante le molte affinità tra i due Papi, Faggioli ha affermato che la differenza tra Paolo e Francesco è il tipo di audacia, coraggio – in un certo senso, sconsideratezza – che Francesco chiaramente possiede. Sta correndo enormi rischi, mentre Paolo VI è sempre stato molto più cauto. Tutto ciò mi ricorda del testo di un’omelia inedita pronunciata il 10 agosto 1978, quattro giorni dopo la scomparsa del Papa santo, dall’allora cardinal Joseph Ratzinger nella cattedrale di Monaco di Baviera: Paolo VI ha accettato il suo servizio papale sempre più come metamorfosi della fede nella sofferenza. Oso dire che proprio questo dimostra la santa eroicità e pratica erudizione di Giovanni Battista Montini.

di Fra Mario Attard

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