‘Finché il caffè è caldo’… c’è speranza

Oltre un milione di copie vendute per il romanzo di Toshikazu Kawaguchi dal titolo Finché il caffè è caldo. La trama si snoda all’interno di una caffetteria giapponese avvolta nella leggenda. Si tramanda che, sorseggiando un caffè, sia possibile viaggiare nel tempo. Che sia vero o no, poco importa, certamente, non sfugge al lettore il significato nascosto nel testo: ogni tanto occorre fermarsi, rallentare, sacrificare il tempo cronologico a vantaggio del tempo interiore per riconsiderare che la vita è adesso ed è sempre possibile il cambiamento interiore, quello più importante perché capace di incidere, significativamente, sulle azioni e le relazioni interpersonali. Il viaggio nel tempo che i protagonisti compiono davanti alle tazze fumanti di caffè coincide con un cambiamento interiore capace di riorientare le proprie vite, riconducendole verso la strada del cuore, l’unica che, realmente, conta. Nella caffetteria dalle luci soffuse, in cui tre orologi segnano ciascuno un’ora diversa, il tempo perde la sua linearità e l’unica via percorribile è quella di dare valore all’istante presente, non senza prima aver compiuto il più importante dei viaggi: quello dentro se stessi. Ciascun viaggiatore dovrà sottostare ad alcune semplici regole, perché imparare a vivere la vita con consapevolezza è un po’ come prendere il caffè: c’è un solo tavolo ad aspettarci, è necessario attendere che il caffè venga servito, è possibile rivivere un momento sapendo di non poterlo modificare, si deve sorseggiare la bevanda a piccoli sorsi e berla tutta prima che si raffreddi. Inizia, così, il metaforico viaggio di Fumiko, Hirai, Kōtake e Kei dentro se stessi.

Ciascuno ha un ‘demone’ interiore da combattere che gli impedisce di godere a pieno della vita e di non avere rimpianti. Fumiko, alla fine del viaggio, imparerà a mettere da parte se stessa per accogliere anche le richieste del fidanzato Gorō, consapevole che, oltre alle proprie insicurezze, bisogna imparare ad accettare quelle degli altri e che il dialogo aperto e sincero è l’unica via possibile per trasformare positivamente il futuro. Kōtake imparerà a mettere da parte la sua professione di infermiera e sceglierà di accudire il marito malato di Alzheimer come moglie, prima ancora che come professionista. Hirai dovrà fare i conti col rimorso di aver rifiutato di dirigere l’attività di famiglia per assecondare i suoi sogni di libertà a scapito della defunta sorella. Hirai aprendo il proprio cuore a Kumi vincerà ogni senso di colpa e tornerà in famiglia con la felicità di prestare fede alla promessa fatta alla sorella minore. Infine, c’è Kei affetta da una patologia cardiaca e divisa tra il desiderio di maternità e la paura di perdere i propri cari. Kei imparerà che la malattia, che si era rivelata la sua più grande sfortuna, era stata anche la causa che l’aveva condotta nello stesso ospedale in cui era ricoverato il suo promesso sposo e che l’aveva portata a lavorare con lui nella leggendaria caffetteria. Quindici anni dopo, davanti al suo caffè fumante, Kei avrebbe incontrato la figlia: una giovane sana e volitiva. Così, ha appreso di aver vinto la sua battaglia più grande: la malattia non aveva nutrito la sua anima di negatività e paure, era prevalsa la fiducia nella vita e nel futuro, e Miki era cresciuta felice e amata. Nessuno dei protagonisti era riuscito a modificare il presente: il marito di Kōtake non era guarito, l’incidente automobilistico di Kumi non era stato impedito, il fidanzato di Fumiko era partito senza di lei e Kumi non era sopravvissuta alla patologia che l’aveva afflitta sin dalla nascita; però, tutti loro erano cambiati, il loro cuore si era trasformato. Il messaggio di grande speranza che l’autore affida al lettore consiste nel nutrire la convinzione che “finché il caffè è caldo” cioè “finché c’è vita”, le persone saranno sempre in grado di superare le difficoltà e utilizzare la forza del proprio cuore per cambiare se stessi, influenzare gli altri, positivamente, e trasformare le circostanze sfavorevoli in opportunità.

di Tiziana Santoro

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